





gen 19 2010
Il pericolo del pedofilo è un pericolo reale per il bambino e non possiamo pretendere che il piccolo si difenda da solo. «Il bambino, non è in grado di difendersi perché è tipico del periodo della crescita mantenere un atteggiamento di fiducia nei confronti del mondo esterno». Quando questa fiducia viene colpita o sconfessata, la relazione che il bambino stabilisce con il mondo rimane amputata, e finisce per costituire un limite grave al suo sviluppo psicologico.
Insegnare a difendersi non significa insegnare a sospettare di tutto, perché il clima di sospetto blocca il bambino, che non esplora più il mondo, non fa più le esperienze che lo fanno crescere. La libertà, la spensieratezza, la fiducia sono beni troppo preziosi per essere immolati sull'altare della paura.
Ad un bambino non si può insegnare la diffidenza, anzi è importante educarlo a voler bene, a stabilire relazioni positive, a rispettare se stesso e gli altri perché è qui il punto: è nel rispetto di se stessi la chiave della protezione e dell'autoprotezione, un bambino che si rispetta, che ha fiducia in se stesso perché gli è stato insegnato a rispettarsi, non si svenderà per qualche regalino o per una parola melliflua.
Dire che il bambino non può autodifendersi, non significa però, che non può essere difeso.
Il bambino va difeso, è la società a doverlo difendere, non solo la mamma, o il papà, ma la scuola, il quartiere, tutta la società deve prendere le difese del bambino. La famiglia è certamente la struttura primaria esistente in quasi tutte le società, con un compito fondamentale di definire le relazioni, le regole, fra i componenti il nucleo familiare, e di essere la matrice della personalità in formazione dei bambini che le appartengono; infatti, attraverso processi psicologici come l'identificazione e l'introiezione delle figure genitoriale, il bambino va a strutturare i cardini della sua personalità, le basi del suo essere nel mondo.
I genitori innanzitutto dovrebbero evitare di limitare le percezioni del bambino, non dovrebbero certamente ingabbiarli tra le sbarre dei loro condizionamenti e dovrebbero fare in modo che le regole non derivino dalle loro paure, rigidità o pregiudizi. Per essere buoni genitori, ad esempio, occorre che i figli siano più lodati che criticati; occorre usare con loro dolcezza, pazienza, da loro la sicurezza di esserci quando ne hanno bisogno; prestare ascolto non solo alle loro parole, ma soprattutto ai sentimenti; evitare di etichettarli (fannulloni, svogliati, incapaci) perché ciò intacca la stima del Sé, facendoli diventare insicuri e fragili; essere attenti ai loro periodi di crisi, comprendere che i loro comportamenti "non accettabili" mascherano il loro disagio, che forse non riescono a comunicare differentemente.
Certamente sono i genitori, in sostanza, i primi a dover crescere i propri piccoli, educarli alla legalità, insegnare loro a distinguere il bene dal male ecc. Ma rimane il fatto che la società non deve limitarsi a intervenire soltanto in extremis, quando ormai la questione può essere affrontata e risolta soltanto dal Tribunale dei minori. Anzi, tutti noi dovremo renderci conto che ogni problema di un bambino, ogni sua necessità, è un estremo. E per fa ciò, dice Andreoli, «basterebbe valutare la crescita di un bambino anche su parametri un po' meno grezzi del peso e dell'altezza: si comprenderebbe immediatamente che un sorriso non è affatto meno importante di una corretta alimentazione. Un bambino va difeso se prende un pugno, ma anche di fronte alle tante, piccole vessazioni cui può venir sottoposto, e che lasciano segni forse non visibili ma non meno profondi».
Il punto nevralgico della difesa, è quindi radicato nell'educazione, e poiché il bambino è anche una proprietà sociale, deve essere anche la società ad educarlo. A questo proposito però, occorre sottolineare come ancora oggi, il concetto di educazione sembra essere separato dal concetto di istruzione.
L'istruzione viene limitata all'ambito della scuola e questa istituzione risente di un'impostazione elitaria, in cui la mira principale sembra essere quella di creare Manager e professionisti, gente in grado di distribuire profitto e non persone in grado di vivere felici. Per questo, se da un lato la famiglia tende ad attribuirsi l'esclusiva dell'educazione dal punto di vista morale e del comportamento, la scuola sembra ancora rinchiusa in un bozzolo di nozionismo in cui si cerca di sviluppare soltanto il pensiero e l'intelligenza del bambino.
L'importante quindi è fornire un'educazione sociale che comprenda un coordinamento di tutte quelle "agenzie" cui è affidato il compito di aiutare i bambini a crescere (genitori, scuola, attività sportive, ricreative, culturali, religiose), che si accordino in una serie di metodologie e di messaggi coerenti da comunicare al bambino per renderlo una persona adattata e felice. Educare deve significare sostanzialmente trasmettere al bambino la percezione dell'appartenenza a un gruppo sociale.
Il bambino dovrebbe comprendere di trovarsi all'interno di una comunità, come membro dotato di senso e di autonomia propri, ma allo stesso tempo integrato e difeso da tutti gli altri. Vittorino Andreoli sostiene a gran voce che «l'educazione deve essere principalmente un'introduzione alla vita serena. Così come fanno gli altri animali sociali, quando educano i loro piccoli alla convivenza con i membri della loro specie, l'uomo non deve far altro che seguire i principi evolutivi e cercare di inserire i suoi cuccioli all'interno della società in modo armonico».
L'educazione sessuale in particolare, non deve essere ridotta ad un'esclusiva trasmissione di informazioni che riguardano il corpo umano. Non dev'essere soltanto un insegnare nozioni di anatomia e fisiologia dell'apparato riproduttivo; ciò che quasi sempre manca, che viene tralasciato, quasi come se fosse un di più nella vita sessuale di un individuo, è l'aspetto del sesso legato ai sentimenti, alle emozioni, a tutte quelle qualità che lo fanno definire "amore". L'adulto educatore, dovrebbe essere preparato ad ascoltare i bambini e i ragazzi, a ricercare insieme le risposte ai loro interrogativi; l'educatore, insegnante o genitore che sia, deve essere in grado di sintonizzarsi con gli aspetti interiori dei minori, far emergere le paure, le ambivalenze, il disagio che il parlare di sesso può generare.
Sono proprio la vergogna di parlare, la distorsione delle informazioni che i bambini ricevono, che possono aprire la strada ai loro abusanti; la confusione delle emozioni, il turbamento delle sensazioni che un bambino può avere in un incontro con la sessualità dell'adulto derivano da una sua mancata e sana educazione emotivo-sessuale, dal ritenere giuste modalità che lo trasformano in un oggetto alla mercè dell'abusante, poiché mai gli adulti hanno avuto cura di costruire con lui quelle adeguate.
L'educazione sessuale, sostiene Gombia, «se non insegnata adeguatamente, è inutile, se non addirittura dannosa. Rispondendo esclusivamente alle motivazioni degli adulti, ricade sui minori confondendoli ulteriormente e creando tutte quelle false verità delle quali il mondo degli adulti è notevolmente pieno». Un tipo di educazione sessuale che non tenga presente degli aspetti emozionali-affettivi relativi alla sessualità, finisce per mantenere saldi, falsi valori legati solo alla dimensione corporea, confermando la sub-cultura attuale con tutti i problemi connessi. L'obiettivo che deve avere l'educatore, continua Gombia, «è quello di far acquisire ai minori la coscienza che la sana sessualità dell'uomo consiste nella capacità di comunicare i propri sentimenti attraverso il corpo in una perenne osmosi tra psiche e soma, fra interiorità e corporeità».
La scuola infine, assume nella società un ruolo imparagonabile nella crescita dei bambini. Proprio le scuole elementari, ad esempio, in cui è maggiore la curiosità dei bambini nei confronti del proprio corpo e del corpo altrui, sono il momento migliore per introdurre quegli elementi di educazione alla sessualità che dovranno essere integrati nell'educazione sociale e di gruppo. Il corpo del bambino e della bambina possono essere oggetto di studio e di gioco a scuola e diventare uno dei tanti banchi di prova, dei laboratori dell'attività e dell'interazione di gruppo. E la scuola può trasformarsi anche in un centro diagnostico, perché sono proprio gli insegnanti i migliori osservatori in grado di accorgersi di tutta una serie di disturbi dell'apprendimento, della parola e della socialità, in modo da garantire al bambino che questi tipi di problemi vengano risolti senza creare nel bambino quelle paure e quel senso di inferiorità che aggravano i sintomi e a volte li cronicizzato.
Perché questo avvenga è necessario che gli insegnanti interpretino la loro professione in maniera ampia, senza arroccarsi dietro le descrizioni rigide delle proprie mansioni, ma comprendendo che la loro funzione è unica, e il loro ruolo di operatori sociali è insostituibile. Gli insegnanti dovrebbero inoltre assumersi la responsabilità di segnalare alle famiglie i problemi dei bambini, mentre viene da domandarsi se dovrebbero essere autorizzati a prendere decisioni in contrasto con le famiglie stesse, in un'ottica che vede nel bambino un bene sociale e non un proprietà privata dei genitori. Certo è che l'insegnante dovrebbe assumere il ruolo di difensore esplicito del diritto della salute (fisica e psichica) del bambini, senza arrivare necessariamente alla guerra con le famiglie, ma promuovendo attivamente in esse, una presa di coscienza e, quindi, in una necessaria azione decisa.


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