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La verità sul massacro di Cefalonia |
L’eccidio di Cefalonia è una di
quelle pagine storiche sulle quali si fonda il mito resistenziale e
democratico della Repubblica Italiana. L’immagine dei capitani
Pampaloni e Apollonio, “eroi” della
Resistenza, emersi miracolosamente da un mucchio di cadaveri e
riusciti, alla fine, a tornare alle proprie case, è troppo eloquente
per poter essere messa in dubbio da chicchessia: una delle poche
certezze in un paesaggio storiografico pieno di ombre e di ambiguità.
…............ E invece no.
Loro sono tornati a casa, ma i
loro soldati e i loro colleghi ufficiali hanno pagato con la vita il
folle avventurismo e l’inqualificabile contegno da essi tenuto nei
confronti del comandante della divisione «Acqui», generale
Antonio Gandin. Il mito resistenziale di Cefalonia è
una delle tante falsificazioni della storia operate, a partire dal
1945, da una ideologia ipocrita e sfrontata, capace di qualsiasi
mistificazione pur di accreditare una versione di comodo, che divide
il bene dal male con un taglio netto e, guarda caso, sempre in linea
con la “verità” dei vincitori.
La Vulgata storiografica
resistenziale ha sempre sostenuto che a Cefalonia, dopo l’8
settembre del 1943, la divisione «Acqui», agendo con
altissimo senso di responsabilità e con spirito di sacrificio,
scelse di combattere contro i Tedeschi anziché arrendersi, ragion
per cui fu sottoposta a un massacro indiscriminato dopo la resa, dal
quale uscì letteralmente distrutta.
Ma le cose non
andarono così, anche se questa versione, ripetuta per più
di sei decenni, ha finito per imporsi e per entrare a far parte del
bagaglio culturale e spirituale del popolo italiano.
Il massacro
ci fu, beninteso; e, con esso, la violazione delle norme di guerra
internazionali che proibiscono in modo tassativo ogni rappresaglia
sui militari che si sono arresi. Ma, a parte il fatto che le cifre
sono state enormemente gonfiate -
si è parlato di oltre 9.000 fucilati, mentre furono molti di
meno, forse non più di 1.700, compresi i caduti in
combattimento -, due fatti decisivi sono stati passati sotto silenzio
o sono stati soltanto sussurrati a mezza bocca, mescolati ad un fiume
incontenibile di retorica, di sacra indignazione e di frasi
altisonanti.
I fatti di Cefalonia
Primo: il maresciallo
Badoglio, pur sapendo cosa ciò comportava e pur essendo di
ciò messo in guardia dal generale Eisenhower, non volle dichiarare
lo stato di guerra con la Germania fino alla data del 13
ottobre. Vale a dire che, PER OLTRE UN MESE, lo
status giuridico dei soldati italiani, nei confronti dell’ex
alleato germanico, rimase intollerabilmente ambiguo, non essendo
essi, in teoria, nemici della Germania, e tuttavia trovandosi nella
condizione di alleati dei nemici di quella. La conseguenza fu che
essi rimasero esposti a subire un trattamento al di fuori della
convenzioni internazionali, simile a quello riservato ai franchi
tiratori.
Secondo: è vero che il generale Gandin,
prima di decidere per la lotta aperta contro i Tedeschi, aveva fatto
consultare gli ufficiali e i soldati della divisione, che avevano
optato per la resistenza a oltranza; ma è altrettanto vero che
quella specie di referendum, peraltro privo di valore
giuridico, si svolse in un clima di gravissima intimidazione e che lo
stesso generale Gandin era stato fatto oggetto ad atti di sedizione e
perfino a delle minacce a mano armata. La disciplina e lo spirito
militare, all’interno della divisione «Acqui», erano
andati in frantumi; alcuni tenenti e capitani di artiglieria, in
collegamento con i partigiani comunisti greci dell’isola,
sobillavano apertamente i loro soldati e li incitavano a combattere
contro i Tedeschi, quando ancora le trattative erano in corso; e ad
opporsi in ogni modo, anche con l’ammutinamento, alle decisioni del
loro comandante, se esse fossero state difformi dai loro
desideri.
Altro che spirito eroico e altissimo senso del
dovere. Fra i soldati della divisione serpeggiava molto più di una
semplice insubordinazione: esisteva un clima diffuso di esaltazione,
di rancore, di rabbia; si parlava apertamente di mettere a morte gli
ufficiali “filotedeschi”, ossia quelli che vedevano nei Tedeschi
gli alleati e i compagni di tre anni di lotte, oppure, semplicemente,
che intendevano obbedire agli ordini del comando, quali che
fossero.
Sì, perché il comandante della XI Armata italiana in
Grecia, Carlo Vecchiarelli, il 9 settembre aveva ordinato a tutte
le divisioni dipendenti di cedere l’armamento ai Tedeschi, come da
essi richiesto; anche se poi, l’11 settembre, un cervellotico
ordine di Badoglio era venuto a rendere la situazione insostenibile,
prescrivendo che le truppe dovevano opporsi a ogni tentativo di
disarmo da parte dei Tedeschi (tre giorni dopo l’ignominiosa fuga
da Pescara e quando già l’Italia era di fatto occupata
dall’esercito germanico!).
Il Precipitare della situazione
La scintilla che diede fuoco alle
polveri, sull’isola di Cefalonia, fu comunque l’arbitraria
iniziativa del capitano Amos Pampaloni e del tenente Renzo
Apollonio, i quali, il mattino del 13 settembre 1943,
fecero aprire il fuoco dalle loro batterie del 33° Reggimento
artiglieria, di stanza ad Argostoli, contro due motozattere tedesche,
che non tentavano alcuna azione ostile ma trasportavano viveri e
altro materiale per il piccolo presidio tedesco di
quella località; e ciò mentre erano ancora in corso le trattative
fra il generale Gandin e il comandante tedesco, tenente colonnello
Hans Barge. L’azione, avvenuta ignorando
la disciplina militare e scavalcando l’autorità del
generale Gandin, causò sei morti fra gli equipaggi tedeschi e
invelenì l’animo dei loro commilitoni, già esasperato
dall’annuncio dell’armistizio di Cassibile, da essi considerato
alla stregua di un vero e proprio tradimento.
A guerra finita,
oltre che nei confronti dei comandanti tedeschi responsabili
dell’eccidio, vi fu anche - nel 1957 - un inizio di procedimento
giudiziario nei confronti di alcuni ufficiali superstiti, per aver
aizzato la resistenza contro i Tedeschi e provocato così la loro
ritorsione; ma esso venne immediatamente concluso con il
proscioglimento dei militari. Se le ricerche di Massimo
Filippini non avessero riaperto il caso, almeno sul piano
storiografico, oggi ancora il pubblico ignorerebbe il vero contesto
in cui si svolse l’eccidio di Cefalonia; senza dimenticare
il fatto, di per sé rilevante, che ben 3.000 uomini della sfortunata
divisione (secondo le cifre ufficiali) perirono dopo le tragiche
vicende sull’isola, a causa dell’affondamento delle navi che li
trasportavano in prigionia, ad opera delle forze navali alleate.
La retorica.
Uno scrittore inglese, Louis de Bernières, rievocò la vicenda di
Cefalonia nel suo romanzo «Il mandolino del capitano Corelli»
(«Captain’s Corelli Mandolin»), accreditando l’eterno
stereotipo degli Italiani “brava gente” e perenni suonatori di
mandolino; romanzo dal quale, nel 2001, il regista John Madden ha
ricavato un film piuttosto mediocre, reso - però - celebre dalla
interpretazione della star hollywoodiana Nicholas Cage.
Nel 2001
il presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi,
vistando Cefalonia, ha affermato che «la loro scelta [dei soldati
della «Acqui»] consapevole fu il primo atto della Resistenza, di
un’Italia libera dal fascismo».
Nel 2005 la RAI ha mandato in
onda la serie televisiva «L’eccidio di Cefalonia», per la regia
di Riccardo Milani.
Nel 2007, infine, il Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano ha festeggiato il 62°
anniversario della Liberazione, recandosi anche a Cefalonia; ed è
stata la prima volta che ciò è avvenuto al di fuori dei confini
nazionali, cosa che ha conferito alla cerimonia una particolare
risonanza ed una speciale solennità.
Ora, la domanda che
dovremmo onestamente rivolgere a noi stessi è se quella solennità,
se quella interpretazione dei fatti, siano conformi al rispetto
della verità, in primo luogo per un senso di giustizia verso i
morti e, poi, per poterci rapportare serenamente al nostro passato,
liberi dai fantasmi di mitologie e strumentalizzazioni che non ci
aiutano a vivere il presente in maniera consapevole e pacificata.
In
qualunque altro esercito del mondo - o, quanto meno, in qualunque
esercito di un Paese serio - insultare il proprio comandante in zona
di guerra (oltretutto, una pasta d’uomo che chiamava i suoi
soldati, indiscriminatamente, «figli di mamma», e la cui massima
preoccupazione, dopo l’armistizio dell’8 settembre, era quella di
restituirli, sani e salvi alle loro famiglie); sobillare la truppa
alla disobbedienza; intrattenere rapporti di amichevole
collaborazione con le forze partigiane nemiche o che tali erano state
fino a poche ore prima; aprire il fuoco contro truppe tecnicamente
ancora alleate e, comunque, senza averne ricevuto espresso ordine;
attentare, addirittura, alla vita dei propri ufficiali, ritenuti
“traditori”: ebbene, tutto questo si configura come una serie di
reati da corte marziale e da plotone d’esecuzione.
In
Italia, invece, le cose vanno altrimenti; in Italia queste azioni
diventano nobili impulsi ideali che aprono la strada alla
Resistenza e, come tali, vengono circonfuse da una luce di gloria,
additandone gli autori non alla pubblica riprovazione, ma
all’ammirazione incondizionata.
Strano paese, l’Italia.
Ma perché questa ricostruzione dei
fatti non appaia viziata da spirito di parte, ci limitiamo a
riportare alcuni stralci da una pubblicazione apparsa in data non
sospetta, l’ormai lontano 1970 - vale a dire, quarant’anni fa
giusti -, significativamente intitolata «Il massacro di Cefalonia
era proprio inevitabile?», apparsa per i tipi de Gli Amici della
Storia all’interno della collana «I grandi enigmi degli anni
terribili», diretta da Franco Massara (Ginevra, Editions de
Crémille, vol. 1, pp. 178-183):
«Nel
giro di poche ore [l’11 settembre 1943], “l’amatissima
divisione” era ormai irriconoscibile. I reparti sono traumatizzati;
le coscienze disorientate; i legami che annodavano nella disciplina i
soldati agli ufficiali e gli ufficiali ai comandanti di Corpo, i
comandanti di Corpo al generale di Divisione sembra che stiano per
sciogliersi. Lo choc dell’8 settembre è stato violento. L’anarchia
dilaga. La ribellione serpeggia. La propaganda dei patrioti greci
attizza il fuoco di tutti i risentimenti e rancori. I soldati sono
agitati. Gridano. Urlano. Accusano. Recriminano. Una vera e propria
insubordinazione sta covando sotto le ceneri. Si mormora che il
generale voglia “vigliaccamente” disarmare l’intera divisione
per consegnarla a “a uno sparuto gruppo di Tedeschi. Lo si taccia
nientemeno che di tedescofilo. Verso le 18, appena dopo il rapporto
ai cappellani [che Gandin, uomo assai religioso, aveva convocati per
riceverne un parere], scoppi di bombe e colpi di moschetto si odono
nell’abitato di Argostoli. Fuggi fuggi generale. Le strade
diventano cupamente silenziose
Che cosa sta
succedendo?
Colpo
di testa tedesco verso le 17. Gli artiglieri germanici puntano un
semovente contro un dragamine italiano munito di due mitragliere da
20 mm. Attraccato alla banchina. L’ufficiale che lo comanda, sfila
gli otturatori che consegna al comando di artiglieria. Informato
dell’accaduto, il capitano Apollonio,
eccitatissimo, si reca immediatamente sul posto con due autocarri di
artiglieri armati fino ai denti, sale a bordo del dragamine, smonta
le due mitragliere, le fa caricare sugli autocarri; fermato da un
sottufficiale tedesco ed invitato a seguirlo dal comandante
germanico, scrolla le spalle, risponde che di comandanti ne conosce
uno solo, ed è quello “italiano”. Punto e basta.
Intanto sta
per scadere l’ultimatum. Il tenente colonnello Barge
e il tenente Fauth
si recano al Comando di Divisione. “Sta bene - risponde il generale
- accordo di massima a cedere le armi collettive e i pezzi” [era
stato questo anche il parere dei cappellani convocati dal
generale.]
All’alba del 12 settembre la situazione
precipita improvvisamente. Notizie allarmanti, diffuse durante la
notte, esasperano gli animi. Un sergente maggiore, fuggito con
un’imbarcazione da Santa Maura, riferisce che nell’isola il
presidio italiano è stato proditoriamente assalito dai Tedeschi,
disarmato; soldati e ufficiali incolonnati e avviati in campi di
concentramento. Il trucco aveva funzionato: prima i Tedeschi avevano
preteso solo le artiglierie e le armi collettive; una volta queste
cedute, avevano preteso quelle individuali. Una volta queste
consegnate, la truppa era stata brutalmente sospinta dietro i
reticolati.
La notizia incendia gli animi. I Tedeschi si
servono dell’inganno; le trattative in corso servono loro soltanto
per guadagnare tempo. L’agitazione è grande. Prorompono grida:
“Abbasso i Tedeschi! Morte ai tedescofili!”.
Chi sono i
tedescofili? Tutti coloro che invitano alla calma. Si comincia a
sospettare persino della buona fede del generale. “Il generale - si
dice - è d’accordo coi Tedeschi”.
Che cosa resta da fare? Il
generale Gandin ha ormai dato la sua parola ai Tedeschi. Come tornare
indietro? Alle quattro del mattino era già partita per il comando
tedesco la lettera di conferma degli accordi presi verbalmente la
sera prima.
Ci potevano essere ancora dei dubbi sulle intenzioni
reali dei Tedeschi? Bastava d’altra parte guardarsi attorno: nella
zona di Lixuri era tutto un andirivieni di colonne germaniche;
rifornimenti venivano paracadutati ai presidi isolati. Sbarchi erano
segnalati sulle coste. Intanto il capitano Pampaloni ha già
stabilito contatti con i partigiani greci dell’isola. Entra in
scena il tenente dell’esercito greco Agesilao Migliaressi. Avvicina
il capitano Pampaloni e il capitano Apollonio, prende accordi
direttamente con entrambi in vista di un’azione combinata contro i
Tedeschi.
Entrano in scena altre figure di resistenti greci:
sono il tenente colonnello Kavadias, il capitano Lazarotos e il
tenente Georgopulos. Riunione segreta di costoro sotto la tenda
del capitano Apollonio: i resistenti greci provvederebbero alle
informazioni, a controllare l’isolato presidio tedesco di Capo
Munda, ad iniziare azioni di guerriglia lungo la rotabile
Karadacata-Argostoli, ad attaccare le autocolonne tedesche in marcia,
a colpire. Ad assicurare il collegamento tra Italiani e Greci è
incaricato il tenente Dionisio Georgopulos. Sarà distaccata presso i
“ribelli” una stazione radio. La dirigerà il radiotelegrafista
Fedeli. Si distribuiscono armi. Un capitano dei carabinieri si
incarica di rimettere in libertà i detenuti “politici” greci e
di distruggere tutti i documenti compromettenti relativi ad azioni
tentate o progettate dai componenti dell’E.L.A.S. nell’isola di
Cefalonia.
Si arriva così al pomeriggio del
12. Verso le ore 16, altro incidente. Questa volta siamo arrivati al
punto di rottura. Il generale comandante tiene un nuovo consiglio di
guerra. Esamina la situazione drammatica che si è venuta a creare
nelle ultime ore, sempre allo scopo di trovare un compromesso
qualunque, pur di portar fuori i suoi undicimila “figli di mamma”
da una tragedia di cui calcola già tutte le conseguenze, quando…
La
notizia cade sul tavolo del generale col fragore di una bomba: i
Tedeschi hanno rotto gli indugi, gettato la maschera, sono passati
all’azione, e tanto per cominciare, hanno circondato le batterie di
San Giorgio e di Kavriata: disarmate, intimato quindi ai soldati di
consegnare le armi.
S.O.S,. disperato degli ufficiali. La
risposta del comando è burocraticamente semplice: “Di fronte
a forze preponderanti, cedere”.
E le batterie cedono.
L’affronto è grave. Umiliante. Soprattutto sospetto. Si sospettano
infatti complicità penose, impossibili, di cui non si vorrebbe
nemmeno sentir parlare, ma di cui intanto si mormora. Comincia a
serpeggiare per la prima volta la parola tradimento. La propaganda
greca fa di tutto per eccitare gli animi, per mettere i soldati
contro gli ufficiali, gli ufficiali inferiori contro gli ufficiali
superiori, per “caricare” gli animi dei soldati di risentimento
contro i Tedeschi, per creare malintesi, provocare incidenti. Chi non
è contro i Tedeschi, è con i Tedeschi, e come tale tacciato di
vigliaccheria.
Grave incidente nella piazza
principale di Argostoli. Poiché la situazione sta diventando sempre
più critica, e potrebbe precipitare da un momento all’altro, il
Comando di Divisione aveva ordinato lo sgombero delle Suore
Missionarie italiane. Se ne era incaricato il capitano Piero
Gazzetti, addetto all’ufficio propaganda del comando
divisionale: con un autocarro le sta trasferendo al 37° ospedale da
campo. Nella piazza di Argostoli, l’autocarro è fermato da un
maresciallo di Marina il quale intima all’ufficiale e alle suore di
scendere: l’autocarro è requisito, sarà destinato al trasporto di
armi e munizioni. Il capitano risponde che deve eseguire un ordine
del generale. È un attimo. Il maresciallo urla: “Allora anche
voi appartenete alla schiera dei traditori”. Estrae
la pistola, spara a bruciapelo all’ufficiale, che cade riverso.
Morirà il giorno appresso, dopo un’atroce agonia.
Ancora
incidenti nel pomeriggio. Mentre si reca al comando di artiglieria
dove ha convocato un consiglio di guerra, il generale Gandin è
fatto segno a un attentato prima, ad insulti poi. Una
bomba è lanciata contro la sua macchina, fortunatamente senza
conseguenze. Oltre, un soldato si para decisamente davanti alla
macchina costringendo l’autista a rallentare; un altro militare ne
approfitta per strappare la bandierina tricolore dal cofano gridando
al generale che on è più degno di portarla. Ammutinamento vero e
proprio in un reggimento di fanteria: il colonnello, fatto segno a un
colpo di moschetto, è costretto a rifugiarsi in una casetta. Sarà
liberato da alcuni civili greci.
Che cosa aveva fatto il generale
Gandin per meritare un simile trattamento dai suoi soldati?
Che cosa aveva fatto per sentirsi
chiamare “traditore”?
Niente.
Voleva soltanto portare a casa,
indenne, la divisione che la Patria gli aveva affidato, assieme a
tutti i “figli di mamma” che la componevano. Egli è forse il
solo uomo degli undicimila della “Acqui” che vede
chiaramente la situazione. “I Tedeschi ci schiacceranno con i loro
Stukas” dice nel corso di un rapporto con alcuni ufficiali di
artiglieria che avevano chiesto di essere ricevuti. Tra questi, il
capitano Apollonio, il capitano Pampaloni e il tenente Ambrosini sono
i più agitati. il movimento di rivolta era in realtà partito dalle
batterie del 33° artiglieria e della Marina. Il comandante, il
colonnello Romagnoli, pur parteggiando idealmente coi suoi
subalterni, non pare mai il senso della misura. “Siamo soldati
- dice - e dobbiamo obbedire”. Impossibile, gli
rispondono.
I Tedeschi hanno catturato alcune
nostre batterie: che cosa aspetta il generale Gandin ad attaccare? Di
quale altra provocazione tedesca ha bisogno per iniziare le ostilità?
La discussione assume toni insoliti. Gandin cerca di far capire la
gravità della situazione. Quale? Essa è in una sola parola, e dice:
“isolamento”. “Siamo isolati”. Ma ormai le menti sono
sconvolte, l’ubbidienza distrutta.
Gandin insiste nel
voler far comprendere le ragioni delle sue decisioni, di trattare
sino all’ultimo coi Tedeschi. Gli ribattono che tale atteggiamento
è contrario all’onore militare. Si arriva all’assurdo: di
protestare perché il generale aveva preso delle decisioni senza
consultare prima i subalterni. Pare che un ufficiale, tra i più
scalmanati, lo abbia accusato addirittura di essere un ribelle agli
ordini del governo legittimo e servo di Farinacci.
“Generale -
esclama il capitano Apollonio - non vi chiediamo che di lasciarci
morire accanto ai nostri cannoni”.
Fuori è il tumulto,
l’insubordinazione è ormai scatenata. I più irrequieti sono
proprio i tutori dell’ordine, i carabinieri, Gli artiglieri,
credendo che i loro ufficiali siano stati arrestati, puntano i pezzi
delle batterie contro il Comando Divisione. Qualcuno parla di
arrestare nientedimeno che il generale. Ufficiali e truppa, aizzati
dai Greci, gridano che il generale è un traditore…»
Da
questa ricostruzione dei fatti, che era di pubblico dominio in Italia
prima che la retorica resistenziale avvolgesse il dramma della
«Acqui» in un alone sacrale che ne rende difficilissima,
ora, una spassionata valutazione storica, risulta, fra le altre cose,
che un semplice capitano, agendo di propria iniziativa e alle spalle
dei propri superiori diretti, nonché del generale di divisione che
stava prendendo tutt’altre decisioni, stabiliva rapporti di
collaborazione operativa con i partigiani greci, ossia con il nemico
del giorno innanzi, fin dal 13 settembre, vale a dire appena cinque
giorni dopo l’armistizio dell’Italia con gli Alleati.
Già lascia pensosi il fatto che,
su di una piccola isola come Cefalonia (781,5 kmq.: cioè,
pressappoco, tre volte e mezzo l’isola d’Elba), una forza
italiana di 11.000 soldati, più duemila Tedeschi, convivesse con
forti nuclei della resistenza greca, come se fra le due parti si
fosse giunti, e da tempo, a una sorta di tacito armistizio. A questo
punto, forse, l’intero episodio di Cefalonia andrebbe inserito nel
più ampio contesto del disfacimento morale di una parte degli
eserciti italiani disseminati nei Balcani e particolarmente
demoralizzati dopo che, con la caduta della Tunisia e con la
conquista angloamericana della Sicilia, essi cominciavano a sentirsi
tagliati fuori dalla Patria in pericolo e privi di ogni prospettiva
di vittoria.
Solo in un simile contesto si possono collocare
azioni come quelle di alcuni ufficiali della «Acqui», i
quali, infrangendo la disciplina e screditando pubblicamente l’azione
di comando dei propri superiori, instaurano rapporti con i partigiani
locali, aprono il fuoco di propria iniziativa sulle truppe
germaniche, istigano i propri soldati - con toni esaltati e con
profonda irresponsabilità - a una azione che costerà innumerevoli
vittime innocenti.
Ed ora, proviamo a metterci onestamente, per
una volta, da parte dell’ex alleato tedesco, già ferito dalla
notizia dell’armistizio di Cassibile e dalle sue prevedibili
conseguenze per la sicurezza della Germania medesima. Che cosa doveva
pensare di quei soldati, di quegli ufficiali; quanto poteva fidarsi
delle loro assicurazioni, della loro parola; che cosa doveva
aspettarsi da loro, e come avrebbe dovuto regolarsi nei loro
confronti, con una guerra tuttora in corso contro le maggiori potenze
mondiali e con la flotta britannica sempre pronta a sferrare un colpo
di mano contro Cefalonia, così come contro le altre isole greche?
Prima che abbia inizio la battaglia
fra Italiani e Tedeschi sull’isola, il generale Gandin è
minacciato e insultato dalle sue stesse truppe, che strappano la
bandiera italiana dal cofano della sua automobile e gli gridano che
non è degno di essa. Un colonnello della «Aqui» viene preso
a fucilate dai suoi stessi soldati ed è tratto in salvo dai civili
greci. E chi aveva autorizzato l’immediata scarcerazione dei
partigiani greci detenuti dai carabinieri?
Si tratta di
scene normali presso una divisione combattente, in un teatro di
guerra?
Qualcuno si immagina che situazioni del
genere avrebbero potuto verificarsi presso gli eserciti alleati, non
che presso il disciplinatissimo esercito tedesco, che pure si
sentiva, ed era, circondato da nemici da ogni parte, ivi compresi i
partigiani che colpiscono stando nell’ombra? Oppure qualcuno si
immagina che, se si fossero verificate, la disciplina non sarebbe
stata drasticamente ripristinata; o, ancora, che un tribunale
militare non avrebbe sanzionato i gravissimi reati commessi, e sia
pure in condizioni di normalità, vale a dire a guerra finita?
Per vedere scene simili a quelle di
Cefalonia nei primi di settembre del 1943, bisogna risalire indietro
agli ammutinamenti dell’esercito francese nel 1917 o
all’insurrezione della flotta tedesca negli ultimi giorni della
prima guerra mondiale. Meglio ancora: bisogna risalire alla
Rivoluzione d’Ottobre e alla dissoluzione dell’esercito russo,
fra il 1917 e il 1918, fomentata dagli agitatori bolscevichi e dagli
agenti provocatori austro-tedeschi; non si dimentichi mai che Lenin
tornò in Russia con l’aiuto di Parvus, agente dei servizi segreti
tedeschi, che disponeva dei fondi segreti stanziati dallo Stato
Maggiore germanico.
Vi è infatti, riconoscibilissima, una
particolare tecnica di matrice comunista, nei gravissimi fatti
verificatisi presso la divisione «Acqui» di Cefalonia, prima che
divampasse la battaglia fra Italiani e Tedeschi, dal 14 al 22
settembre (giorno della resa del generale Gandin), ispirata alla nota
filosofia leninista del «tanto peggio, tanto meglio»; e di
cui è traccia, fra parentesi, anche nell’attentato di Via Rasella,
a Roma, l’anno dopo. I partigiani comunisti greci, addestrati
presso quella scuola, ne sapevano ben qualcosa: essi non ebbero
scrupoli, non solo a fomentare l’odio fra Italiani e Tedeschi, ma
anche a istigare la ribellione dei soldati italiani contro i loro
ufficiali e contro il loro comandante.
Bisogna avere il coraggio di
dirlo: la divisione «Acqui» era in stato di
dissoluzione, anzi, in stato di rivolta: non rispondeva più al
proprio Comando e si comportava come una mina vagante, che avrebbe
potuto esplodere nelle mani di chiunque le si fosse avvicinato.
Quegli artiglieri che puntano i propri cannoni contro il comando
della divisione, contro l’edificio ove risiede il generale Gandin,
sembrano appartenere ad una scena surreale o a un cattivo film di
ammutinamento e ribellione. Una scena del genere non è concepibile
in nessun esercito degno di questo nome.
I partigiani greci,
astuti e calcolatori, se ne resero conto benissimo e riuscirono a
“lavorarsi” alcuni ufficiali inferiori, istigandoli non solo
contro i Tedeschi, ma anche contro i loro superiori e contro il loro
stesso comandante. A loro non importava nulla della sorte di quegli
sprovveduti; gli bastava seminare zizzania tra Italiani e Tedeschi,
per metterli gli uni contro gli altri. Certo, era nel loro diritto di
resistenti di un Paese occupato: ma per carità, non facciamone degli
eroi e non continuiamo a dipingere una storia che non esiste, dove
tutti i “buoni” sono da una parte sola e tutti i “cattivi”
sono dall’altra, senza sfumature.
Comunque, sul ruolo svolto
dalla Resistenza greca in questa e in altre vicende dell’esercito
italiano dopo l’8 settembre del 1943, ci riserviamo di ritornare
altra volta, in maniera più specifica. Per ora ci basta aver
evidenziato come la decisione della «Acqui» di resistere ai
Tedeschi non nasce, come vorrebbe la Vulgata storiografia oggi
imperante, da una serena discussione e da una cameratesca assunzione
di responsabilità reciproca fra tutti gli uomini: ma dal sospetto,
dall’odio, dall’esaltazione, dall’incompetenza, dalla
faciloneria; mescolati - come avviene nel mistero dell’animo umano
- al senso dell’onore ferito, al coraggio personale, a un
innegabile spirito di sacrificio; il tutto manipolato da alcuni
mestatori, in buona parte stranieri ed ex nemici - i partigiani greci
- i quali hanno tutto l’interesse a far scoppiare l’irreparabile
fra i due eserciti di occupazione presenti nell’isola.
Così,
anche in questo caso - come in molti altri, a cominciare
dall’attentato di Via Rasella che provocò la strage delle Fosse
Ardeatine - ciò che ci viene raccontato dalla Vulgata oggi dominante
non è precisamente la verità e nemmeno un onesto tentativo di
avvicinarvisi, ma una deliberata manipolazione di essa, il cui scopo
è fondare un mito intangibile, all’ombra del quale le stesse forze
finanziarie, industriali, militari, che avallarono il fascismo e la
guerra e ne ricavarono grossi vantaggi, potessero riciclarsi per
continuare a spadroneggiare, stavolta in versione democratica.
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