|
|
Così fucilarono i soldati Italiani |
Nemmeno mia moglie lo sa, ma fui io, in quel settembre del 1943, a comandare il plotone di esecuzione di Cefalonia. Vidi gli ufficiali cadere in silenzio sotto i nostri colpi, e ancora oggi ricordo quell'ultimo grido del Generale Antonio Gandin, il comandante della guarnigione italiana, prima di cadere ucciso: 'Viva il Re, viva la Patria'. Sono passati cinquattotto anni, ma l'anziano reduce della Wermacht non ha dimenticato.
Cristiane Kohl, inviata del Sueddeutsche Zeitung, lo ha trovato e incontrato in un piccolo villaggio bavarese dove possiede con la consorte un negozio di abiti folcloristici locali. E ha individuato altri reduci che parteciparono, nell'isola greca, al massacro compiuto dai tedeschi ai danni dei soldati italiani nel settembre del 1943.
Il vecchio militare ha svuotato il sacco, a condizione di essere identificato solo con uno pseudonimo, Otto Markmeier, e che non venisse citato il suo luogo di residenza. Sa che la sua lunga impunità di uomo tranquillo forse sta per finire, sa che dovrà rendere conto alla giustizia. Alla giustizia tedesca: grazie soprattutto a documenti segreti sulla strage dei quattromila soldati italiani, nascosti per decenni dal regime comunista di Berlino est ora venuti alla luce, la procura di Dortmund guidata dal giudice Ulrich Maas ha riaperto l'inchiesta, un procedimento che negli anni Sessanta fu avviato e poi archiviato
In un modo o nell'altro, confessa l'ex Odonnanzoffizier Otto Markmeier, 'avevo cominciato a pensare che quanto stavamo facendo non era del tutto in ordine. Ma se mi fossi rifiutato di eseguire gli ordini, sarei finito io stesso davanti un tribunale di guerra'.
I dossier segreti di Berlino Est, dicono i magistrati, fanno luce sulle responsabilità degli assassini: almeno duecento dei Gebirgsjaeger (truppe speciali di montagna) tedeschi che per ordine di Hitler trucidarono i 4.000 italiani come vendetta per l'8 settembre vivono o vivevano tranquilli nella Ddr. La dittatura cooptò non pochi ex nazisti nella sua burocrazia e tra quadri e funzionari del suo apparato repressivo. Contro dieci di loro - nove ufficiali e un sottufficiale, di età tra i 79 e i 92 anni - è in corso l'indagine.
'Io ero solo una piccolissima ruota del carro', racconta Markmeier. 'Non so, non ricordo più perché dovesse toccare a me comandare il plotone di esecuzione, in ogni caso non mi offrii volontario. Scelsi nove soldati. La sera prima delle fucilazioni, ci esercitammo con le carabine sparando a salve'. Al mattino, continua il racconto del vecchio militare, il maggiore Reinhold Klebe comandante del terzo battaglione del 98mo reggimento dei Gebirgsjaeger, si presentò a Markmeier e al suo plotone. Estrasse dalla manica della giacca un foglio e lesse la sentenza di morte che un tribunale militare sul campo aveva appena emesso in tutta fretta a carico del generale. Gandin fu subito condotto con le spalle al muretto d'una casa rossa, e Markmeier ordinò di aprire il fuoco. Poi toccò agli altri.
Almeno duecento ufficiali italiani, prosegue il resoconto, caddero per mano dello Erschiessungskommando della casetta presso il villaggio di Argostoli, uno dei plotoni d'esecuzione formati dalla Wehrmacht a Cefalonia. 'ma io ho partecipato solo alla fucilazione di circa trenta militari italiani', afferma Markmeier. Un altro ex soldato di Hitler di stanza sull'isola, oggi un tranquillo settantanovenne residente in una cittadina presso Augsburg, ha fornito a Cristiane Kohl una testimonianza diversa: 'Davanti alla casetta rossa', dice, 'le esecuzioni durarono ore. Io vidi tutto, ero in turno di guardia in cima ad un faro poco lontano. Vidi gli ufficiali italiani condotti a gruppi davanti al plotone di esecuzione'.
Dopo la guerra l'ex soldato divenne panettiere. Negli anni Sessanta fu interrogato. Rammento come due sottufficiali dello Erschiessungskommando estraessero più volte la pistola d'ordinanza per sparare colpi di grazia agli ufficiali italiani che davano ancora segni di vita dopo la fucilazione. Uno di loro è ancora vivo e la Kolh lo ha individuato: abita in un villaggio a ottanta chilometri da Markmeier. 'Dopo circa un'ora tutto era finito' narrò nel 1967. Le salme degli italiani fucilate furono avvolte in un filo spinato e gettate in mare. 'Non appena il maggiore Klebe si allontanò, chiarisce Markmeier io cedetti il comando del plotone di esecuzione a due sottufficiali, non ce la facevo più'.
Spesso dopo la guerra, ha rivisto gli ex commilitoni alla Octoberfest di Monaco, 'ma non abbiamo mai parlato di quei giorni a Cefalonia. Abbiamo sempre avuto una convinzione: la colpa era di Hitler, che aveva impartito quell'ordine'. Errato, replica il giudice Ulrich Maas: il paragrafo 47 dei codici militari di allora dice chiaro e tondo che anche il sottoposto si assume colpe se esegue un ordine pur essendo conscio che si tratta di un crimine di guerra o comunque di un'azione militare illecita'. Adesso, nella Germania rossoverde i vecchi reduci sparsi nella Baviera si dovranno probabilmente preparare all'appuntamento con il tribunale della Storia.
|
|
|
Devi essere loggato per poter inserire un messaggio.
|
 |
Nick: Faby Iscritto: 28.05.08
00:24:00 |
|
 |
Nick: Unsigned Iscritto: 15.08.08
01:02:29 |
|
|
|
 |
Nick: Nicola Iscritto: 16.05.08
12:31:06 |
|
 |
Nick: Robbi Iscritto: 06.04.09
13:00:51 |
|
Totale iscritti: 299
Il nuovo iscritto: Bruno56
|
|