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+L'Italia per ragioni politiche scelse di non chiedere giustizia
Novemila trucidati senza colpevoli : Mario Baudino

I morti furono 9.500. I superstiti percorsero il lungo calvario della prigionia, e quelli che si erano uniti alla resistenza greca sfilarono, sconfitta la Wermacht, con armi e bandiere per le strade di Cefalonia riconquistata.

L'epopea della divisione Acqui, massacrata dai tedeschi perché non si consegnò dopo l'8 settembre, è sì una pagina gloriosa della storia italiana, ma rappresenta anche una di quelle tragedie per le quali non sembra esserci giustizia, dove i colpevoli non sono mai stati puniti. I colpevoli sono gli ufficiali della Wermacht e di corpi speciali austriaci, che ebbero l'ordine di prendere l'isola e non fare prigionieri.

Come racconta Alfio Caruso in 'Italiani dovete morire' (Longanesi), Cefalonia era stata fino ad allora un posto tranquillo, dove alle truppe italiane toccava soprattutto misurarsi con la malaria e col problema del cibo. Ma nel momento del pericolo, i nostri soldati scelsero di non arrendersi. Il loro comandante, il generale Antonio Gandin (che aveva fama di 'filotedesco') non si fidava degli ex- alleati. Prese tempo, in attesa di disposizioni più precise dalla vicina Brindisi, da dove ricevette però solo l'ordine di far salpare il poco naviglio per l'Italia, e successivamente quello di considerare i tedeschi come nemici. Lui sapeva di non poter resistere a lungo: però quando, dopo aver consultato i cappellani militari (decisione assai inusuale), propose una consultazione reparto per reparto, la risposta fu quasi unanime: si combatta.

Disarmare il piccolo presidio tedesco sull'isola non fu così difficile. Resistere ai bombardieri fu tutt'altra impresa, ma la Acqui si batté fino al 22 settembre, lasciando sul terreno 1500 morti. I tedeschi assassinavano i soldati sconfitti. Dopo la resa, dal 23 al 24, scatenarono la più spaventosa delle rappresaglie. Tra soldati e ufficiali vennero massacrate cinquemila persone, i cadaveri lasciati sul terreno per giorni e giorni e poi gettati in mare. L'orgia di sangue ebbe una sorte di terrificante coda nei giorni successivi, quando tremila prigionieri furono avviati verso la terraferma per essere deportati in Germania e in Polonia.

Le due navi che li trasportavano saltarono sulle mine di cui era disseminato il porto, i tedeschi spararono su quei pochi che riuscirono a gettarsi in mare. Altri morti portarono il prezzo pagato dalla 'Acqui' a 9500 vite. Al processo di Norimberga il generale Hubert Lanz, che diresse le operazioni contro Cefalonia, venne condannato a 12 anni (ne scontò 5), ma solo per aver ordinato la fucilazione di alcuni ufficiali della 'Acqui'.

La corte internazionale non era riuscita a capire, in mancanza di testimonianze italiane, le dimensioni della tragedia.

Nel 64′, dopo il romanzo di Marcello Venturi 'Bandiera Bianca a Cefalonia', il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal riuscì a far aprire un procedimento dalla procura di Dortmund, che nel 69′ archiviò per non aver identificato (salvo uno) gli ufficiali chiamati in causa. In Italia il padre di un uomo ucciso accusò oltre ai tedeschi anche i più noti sopravvissuti della Acqui, che col loro rifiuto a cedere le armi avrebbero avuto una responsabilità nella strage. Ci furono molte inchieste e infine un processo, nel 55′, con imputati italiani e tedeschi. I primi, gli eroi di Cefalonia, vennero ovviamente prosciolti.
Per i secondi ci furono interventi dello stesso governo italiano (lo ha ammesso Paolo Emilio Taviani): la Germania era ormai un alleato atlantico,

l'inchiesta fu insabbiata.




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29 luglio 2010
ciaooo a tuttiii Wink

28 luglio 2010
visto, letto e anche risposto. Smile

28 luglio 2010
Alex? CIAO ti ho mandato un p.m. Bacio Grin

28 luglio 2010
Buona giornata a tutti e un bacio alle ragazze Bacio

28 luglio 2010
pausa lavoro ù_ù

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